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Chiese e palazzi

Teatro della sena

Il primo piano del Palazzo della Ragione è occupato da un Salone, ideato in orgine per accogliere le riunioni delConsiglio. Sembra tuttavia che, a causa delle grandi dimensioni del locale, che non consentivano un sufficiente riscaldamento durante i rigidi inverni feltrini, la sala non sia mai stata usata per lo scopo cui era destinata. Già nel 1621 infatti, il podestà Alojsio de Chà Pesaro scriveva al governo veneziano: "... hanno un bello et gran salone nella città fabbricato con molte spese et lungo tempo, il quale, sebbene destinato a ridduzione del Consiglio... non veniva in questo adoperato, ma vi tenevano di continuo una Senna per recitar commedie in Carnevale." Nel 1684 il Salone fu destinato a pubblico Teatro e furono fatti costruire i palchetti per assistere alle rappresentazioni. Nel corso del Settecento fu costruito un terzo ordine di palchi, fu restaurato il tetto e furono eseguite altre riparazioni per renderlo più sicuro. In questo periodo, e precisamente nel 1729-30, il Teatro di Feltre ospitò il grande commediografo Carlo Goldoni, che in città svolgeva le funzioni di coadiutore di Cancelleria per il podestà Paolo Spinelli, e che qui compose e rappresentò, recitando egli stesso con una compagnia di filo drammatici feltrini, due intermezzi in versi, "Il buon vecchio" e "La cantatrice". Nel 1769, durante un spettacolo, un fulmine si abbattè sull'edificio, provocando la morte di cinque persone e gravi lesioni alla costruzione. Il teatro rimase chiuso per riparazioni fino al 1797 ma, proprio quando si decretava la sua riapertura, si riversarono sulla città le truppe napoleoniche, coinvolgendola nella vicende che condussero alla caduta della Serenissima. Nel 1802, sotto il governo austriaco, si cominciò a pensare ad una ristrutturazione del fabbricato. All'uopo fu contattato il celebre architetto veneziano Gianantonio Selva, progettista della "Fenice" di Venezia e del "Teatro nuovo" di Trieste. Il Selva presentò un progetto, che fu realizzato negli anni successivi da maestranze locali; i lavori furono conclusi nel 1813. Nel 1843 il professor Tranquillo Orsi, dell'Accademia di Belle Arti di Venezia, realizzò le decorazioni della sala e dipinse il nuovo sipario. L'intensa e prestigiosa attività del Teatro della Senna si svolse quasi ininterrotta fino al 1927, anno in cui, per motivi di sicurezza, fu chiuso. Nel 1966 la sezione di Feltre di "Italia Nostra" presentò una dettagliata proposta di restauro e, in seguito, intervenne in varie riprese per ottenere finanziamenti. I lavori iniziarono nel 1975; nel 1992 non sono ancora conclusi.

Museo civico

Nel 1903 Antonietta Guarnieri Dal Covolo dona alla propria città natale una serie di manufatti d'arte popolare e artigianato sacro. E' questo il primo nucleo di opere del Museo Civico di Feltre, che trovano una sistemazione all'interno del palazzo Comunale. Successivamente, nel 1921, la stessa Guarnieri Dal Covolo dona l'attuale sede del Museo, il palazzetto Villabruna, sito nel centro storico della città. Le raccolte del Museo si arricchiscono notevolmente nel 1924, quando la Curia concede in deposito la preziosa pinacoteca del conte Jacopo Dei, e nel 1927, quando dalle Gallerie dell'Accademia di Venezia viene inviata, sempre in deposito, la pala di Zermen di Cima da Conegliano. Allestito da Alberto Alpago Novello e Mario Gaggia, il Museo viene ufficialmente inaugurato nel 1928. Con gli anni le raccolte si arricchirono di opere di Pietro De Marascalchi, Girolamo Turro e Francesco Maffei, e pervennero al Museo, grazie alla magnanimità di donatori locali, preziosi mobili, stoffe, ceramiche. Anche la sezione archeologica si arricchì di reperti retici e romani. Tutto il materiale venne nuovamente sistemato a cura di Francesco Valcanover, nel 1954.

Galleria d'arte moderna Carlo Rizzarda

Attualmente la Galleria d'Arte Moderna è chiusa per lavori di restauro conservativo e adeguamento antisismico di Palazzo Cumano Gestione: diretta La Galleria d'Arte Moderna "Carlo Rizzarda" di Feltre nasce per volontà testamentaria di Carlo Rizzarda, uno dei più importanti artisti del ferro battuto dei primi anni del Novecento. Nato a Feltre da famiglia povera, Rizzarda cominciò molto giovane la propria attività di fabbro presso l'officina di Patrizio Bertoldin. Nel frattempo seguì anche i corsi serali di disegno tenuti dal professor Andolfatto. Grazie ad una borsa di studio concessa dal Comune di Feltre, nel 1904 Rizzarda si trasferì a Milano, per seguire i corsi della Scuola Umanitaria. Nello stesso anno divenne apprendista di Alessandro Mazzucotelli, di certo il più importante e noto artista del ferro battuto del Novecento. Il rapporto tra maestro e allievo si trasformerà ben presto in amicizia e leale conoscenza, data la perizia sempre maggiore raggiunta da Rizzarda, tanto che nel 1911 quest'ultimo si metterà in proprio, aprendo un'officina in società con Giuseppe Bernotti. Le Biennali di Monza sanciranno definitivamente il successo di Carlo Rizzarda, che dal dopoguerra in poi riceverà importanti commissioni non solo da Milano e dal Nord Italia ma anche dall'estero. In occasione dell'inaugurazione del Museo Civico, nel 1928, Rizzarda espresse per la prima volta al podestà l'intenzione di donare alla propria città natale un museo di arte moderna. A tal fine acquistò e fece riordinare il Palazzo Cumano, residenza cinquecentesca nel centro storico di Feltre, e cominciò ad  "impreziosire" con firme importanti (Fattori, Signorini, Induno ed altri) la sua già nutrita collezione artistica. Alla sua morte, sopravvenuta improvvisamente a causa di un incidente stradale, il Comune di Feltre ereditò, oltre al palazzo, tutti i ferri battuti di Rizzarda depositati presso la villa milanese dell'artista, nonché la sua collezione d'arte, comprendente pitture, sculture, oggetti d'arte decorativa, mobili e cineserie: un nucleo di opere molto interessanti nel complesso, dato che restituiscono intatto il clima culturale della Milano dei primi del Novecento. Allestito, per espresso volere testamentario di Rizzarda, dall'architetto Alberto Alpago Novello, la Galleria venne inaugurata nel 1938. Oggi è visibile al pubblico il solo museo dei ferri battuti, una raccolta unica nel suo genere in Italia e prestigiosa anche a livello internazionale. Le opere testimoniano non solo la grande perizia tecnica raggiunta da Carlo Rizzarda ma anche la sua cultura eclettica, tipica peraltro del periodo in cui visse e dell'ambiente culturale che frequentò. Influssi liberty,neogotici, neorinascimentali, neobizantini; il gusto per gli animali, stilizzati spesso in cifre araldiche che non ne mortificano la vitalità; il delicato connubio tra il ferro battuto, talvolta colorato da patine delicate, e il vetro di Murano: sono questi elementi che rendono interessante e per certi versi affascinante la visita alla Galleria. L'originario nucleo di opere si è arricchito nel frattempo anche di alcune importanti acquisizioni, quali il Cancello dei Gladioli di Alessandro Mazzucotelli e una cancellata veneziana di Umberto Bellotto. La collezione di arte moderna fu disallestita negli anni settanta per problemi di sicurezza. Non appena verranno eseguiti alcuni necessari lavori di restauro ed adeguamento dello stabile essa potrà e dovrà essere esposta al pubblico: solo così, nel rapporto organico tra i ferri battuti e le opere che testimoniano il clima culturale in cui essi nacquero, la Galleria riacquisterà intatto il suo notevole interesse museale, che ne fa un caso unico non solo nella Provincia di Belluno ma in tutta la Regione Veneto. Altri servizi: la consulenza a studiosi e a scuole è a cura del conservatore; previa richiesta scritta e motivata da necessità di studio, tutto il materiale d'archivio e di deposito è accessibile agli studiosi; quando necessario e possibile vengono fornite fotocopie e/o fotografie delle opere e dei documenti; ne vengono inoltre concessi il prestito, la riproduzione e la divulgazione nei limiti della sicurezza del materiale e in ottemperanza alla normativa vigente; altre attività (conferenze, mostre, convegni, etc.) vengono annualmente programmati a seconda delle occasioni.

Chiesa di San Giacomo

La chiesa sorse, presumibilmente agli inizi del XV secolo, sul tracciato delle mura medievali. Si tratta di un edificio semplice, a navata unica, che nulla o quasi conserva del suo aspetto originario. L'edificio fu arricchito alla fine del Quattrocento (1480-81) da alcuni interventi pregevoli. Tra questi l'esecuzione dello splendido portale lapideo "a candelabre" di stile lombardesco, molto simile a quello della chiesa di San Lorenzo (Battistero), e della lunetta affrescata sovrastante. La lunetta, che raffigura una "Madonna con Bambino tra San Giacomo e San Vittore", è di scuola vivariniana ed è una delle più antiche testimonianze affrescate della città, sopravvissuta all'incendio e alla distruzione che coinvolsero Feltre nel 1509-10, durante la guerra della Lega di Cambrai contro Venezia e i suoi alleati. La chiesa di San Giacomo subì una radicale trasformazione verso la metà dell'Ottocento, quando, su progetto dell'architetto G. Seguisini, interno ed esterno furono rifatti secondo canoni neo-classici; i lavori di ristrutturazione, resisi necessari per le precarie condizioni dell'edificio, furono eseguiti dal 1856 al 1865. Nel 1877 l'architetto G. Berton progettò la nuova facciata, salvando fortunatamente il prestigioso portale e l'affresco. In questa occasione il pittore G. Sommavilla eseguì il grande lunettone dipinto sulla facciata, raffigurante San Giacomo. Nel 1947, sotto il presbiterio, fu ricavata la cripta dedicata a Santa Rita da Cascia. All'interno sono conservate una tavola di autore ignoto cinquecentesco, attribuita prima a Pomponio Amalteo e poi a Gerolamo Lusa, raffigurante una "Madonna con Bambino e Santi"; un'urna lignea, detta "Custodia di Santa Teodora", scolpita da A. Brustolon nel 1695 per le monache del soppresso convento di San Pietro in Vinculis e qui trasportata nel 1807; un altare barocco in marmo, proveniente dal distrutto monastero di Santa Chiara; un grande Crocifisso ligneo proveniente, secondo le cronache locali, da un altro monastero soppresso: quello francescano di S. Spirito.

Palazzo de Mezzan

Il Complesso edilizio del palazzo della nobile famiglia De Mezzan occupa una vasta area di fronte al Vescovado Vecchio. In epoca tardo-medievale, l'area su cui sorge doveva appartenere al recinto fortificato della sede vescovile; l'attuale fabbrica sorge a ridosso delle mura di cinta settentrionali della città, inglobate fisicamente nel prospetto nord del palazzo. La costruzione dell'attuale complesso si deve a Nicolò De Mezzan e al fratello Gerolamo ed è stata eseguita nei primi anni del Cinquecento, sull'area libera di alcuni "orti" di proprietà della famiglia, ubicati in questa zona. Durante i primi decenni del Cinquecento, il palazzo venne decorato con un complesso ciclo di affreschi di alto valore artistico, solo recentemente riscoperti e valorizzati dagli attuali proprietari. Nelle sale del piano terra e del primo piano sono venute alla luce vaste superfici affrescate con stemmi e motivi decorativi, paesaggi, scene mitologiche e bibliche attribuibili alla mano dei migliori frescanti attivi a Feltre in questo periodo, tra i quali è stato riconosciuto anche il Luzzo. Il Complesso di palazzo De' Mezzan viene notato dal visitatore che percorre l'antica via del Paradiso per la sua morfologia inconsueta nel tessuto edilizio feltrino: il fronte sud, arretrato rispetto al filo stradale, forma una corte semi privata protetta da un muro. La quinta è impreziosita dal piccolo oratorio di S. Gaetano, il santo di famiglia, che si apre verso la strada. Ancor oggi è possibile, durante i mesi più caldi, vedere aperta la parta dell'oratorio al visitatore di passaggio. Il prospetto sud del palazzo si presenta nella sua veste ottocentesca con il motivo centrale di un portico a quattro fornici, contornato da bugnato rustico. Dello stesso periodo sono anche una serie di decorazioni a fresco che ornano alcuni degli ambienti interni.

Palazzo Tomitano

Il Monte di Pietà di Feltre fu eretto a partire dal 1542 accorpando tre lotti medievali, grazie al lascito testamentario di mille ducati del mercante Andrea Crico, proprietario del palazzetto in piazzetta Trento e Trieste. Gli edifici preesistenti, inglobati nella nuova costruzione, ospitavano, secondo le fonti, l'antico Fondaco delle Biade e un " privato ritiro di soli dieci religiosi". La costruzione fu abbellita in questo periodo, all'esterno, con una ricca decorazione a graffito che, tra partiture architettoniche, accoglie (o, meglio, accoglieva) tre riquadri policromi raffiguranti rispettivamente "Cristo in pietà", "S. Francesco che riceve le stimmate" e una "Madonna in trono con il Bambino e due angeli". Sul retro si intravede ancora il simbolo del Beato Bernardino Tomitano, fondatore dei Monti di Pietà, con il monogramma di Cristo IHS entro un sole raggiante. Purtroppo lo stato di conservazione di tutta la decorazione è pessimo. All'interno, nell'ingresso da via del Paradiso, sono conservati gli antichi banchi del Monte, in una sala affrescata con fregi a "grottesca" e con gli stemmi di alcuni benefattori. Una sala del primo piano è dipinta con tempere attribuite al pittore feltrino Pietro Marescalchi (morto nel 1589), raffiguranti, per quanto ancora si può distinguere, "La fuga in Egitto", il sacrificio di Isacco" e, forse, "Il giudizio di Salomone" e "Il sogno di Giacchino". L'aspetto attuale dell'edificio è il frutto di una ristrutturazione seicentesca, come si può notare dal portale d'ingresso, dal timpano e della fascia sottogronda, affrescata con tralci e figure che imitano il graffito.

Chiesa di SS. Rocco e Sebastiano

Le Fontane Lombardesche e la soprastante chiesa costituiscono il fondale scenografico a nord della piazza Maggiore, tra il neo-gotigo palazzo Guarnieri e la sagoma del Castello. La posizione dominante in cui è stata eretta la Chiesa,a cui le fontane fanno da imponente basamento, testimonia il carattere votivo della costruzione, voluta dalla Comunità di Feltre a ringraziamento per lo scampato pericolo alle pestilenze e alle carestie dei secoli XVI e XVII. Le vicende relative all'edificazione del tempio cominciarono con il voto solenne, formulato nel maggio del 1530 dal Consiglio dei Nobili della città in seguito all'ennesima epidemia. Il luogo in cui erigere il nuovo edificio sacro venne scelto nell'agosto del 1556, sotto l'incalzare di una grave carestia. Il 5 luglio 1576 fu posta la prima pietra, alla presenza del Rettore Veneto Marco Diedo e del Vescovo Filippo Maria Campegio. La costruzione fu completata nelle sue strutture essenziali attorno al 1594, come testimonia la lapide murata sopra l'ingresso principale e sormontata dal grande stemma in pietra del Rettore Veneto Giovanni Memmo. I lavori di finitura continuarono tuttavia fino al 1632, data della solenne consacrazione, compiuta dal Vescovo Paolo Savio alla presenza del Rettore Paolo Cappello; la cerimonia costituì anche un'occasione di ringraziamento per lo scampato pericolo dalla gravissima epidemia di peste dell'anno precedente. La costruzione della chiesa ha accompagnato dunque la vita della Comunità feltrina per circa un secolo , ed ha visto succedersi alcuni dei momenti più difficili per la vita sociale come, appunto, le grandi epidemie, le carestie e la stessa ricostruzione di Feltre dopo le devastazioni della guerra cambraica, con le finanze pubbliche esauste per le numerose fabbriche in corso. Con questo si possono comprendere i ritardi nell'esecuzione e probabilmente anche la semplicità delle linee architettoniche dell'edificio. Il luogo in cui sorge la chiesa doveva far parte dell'area delle difese del castello, come testimonierebbero gli antichi cunicoli sotterranei della sacrestia. Il tempio venne chiuso al culto e devastato durante l'invasione del Feltrino del 1918; venne riaperto nel 1923 ed avrebbe bisogno, alla data in cui scriviamo, di interventi di manutenzione.

Sala degli stemmi e sala consigliare

Il palazzo della Ragione fu costruito, secondo le fonti documentarie, in seguito alla dedizione della città di Feltre alla Serenissima intorno al 1404. In seguito alle tragiche vicende che coinvolsero Feltre nel 1509 e nel 1510, più volte ricordate, l'edificio subì la sorte dell'intera città e, negli anni successivi, si impose la necessità di creare per la Comunità un nuovo palazzo. Restaurate le fabbriche del Castello e del Palazzo Pretorio, si procedette quindi alla sua ricostruzione, che vide impegnata la Comunità per molti anni, sia per motivi tecnici, sia per motivi economici. Già nel 1518, infatti, si verificò il crollo della fabbrica, male ricostruita sulle rovine della precedente. Il Maggior Consiglio decretò allora l'assoluta precedenza di tale costruzione e il divietodi "principiar altre fabbriche"fintanto che non fosse terminata questa. Le pesanti difficoltà economiche in cui versavà la Comunità, costrinsero tuttavia ad accantonare il progetto in attesa di tempi più propizi. Solamente nel 1549 si potè dare avvio ai lavori, che si protrassero, a singhiozzo, fino al 1586. Le finiture della costruzione furono realizzate, in tempi diversi, fino al tardo XVII secolo. La tradizione locale vuole che il progetto dell'edificio sia stato realizzato da Andrea Palladio; è innegabile che l'ordine rustico del primo piano presenti analogie formali con alcune costruzioni palladiane; tuttavia, nonostante le ricerche approfondite di alcuni studiosi, non è stato possibile rinvenire prove sicure per tale attribuzione. La loggia del Palazzo è decorata con stemmi e iscrizioni in lode di alcuni Rettori veneziani. Il palazzo Pretorio, attualmente sede del Municipio, costituiva anticamente la residenza del Podestà di Feltre e della sua famiglia. L'edificio fu gravemente danneggiato durante l'eccidio di Feltre operato dalle truppe di Massimiliano d'Austria durante la guerra cambraica. In quanto sede dell'autorità veneziana, il palazzo Pretorio fu tra i primi edifici ad essere restaurati, con i fondi raccolti faticosamente dal governo della città negli anni immediatamente successivi alla distruzione. Dai documenti risulta che i lavori di ristrutturazione proseguirono fino al 1562 ma che, già nel 1524, il Podestà vi si potè insediare con la famiglia. Nello stesso anno qui vennero trasferite le riunioni del Maggior Consiglio, che fino a quel momento si erano tenute provvisoriamente nel castello, primo edificio ad essere restaurato. Contemporaneamente venivano avviati, non senza difficoltà di ordine tecnico e finanziario, i lavori per il nuovo palazzo della Ragione. Degli affreschi che abbellivano l'esterno del palazzo Pretorio rimangono oggi solamente alcuni lacerti poco leggibili. Al primo piano dell'edificio, all'interno, si trova la Sala degli Stemmi, che presenta le insegne dei Rettori veneti della città, restaurate negli anni quaranta.

Chiesa della SS. Trinità

L'oratorio della SS. Trinità fu edificato dalla nobile famiglia Dal Corno tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo, in prossimità della cinta muraria medievale. Poco lontano dalla costruzione doveva trovarsi una delle antiche torri della città, ricordata nei documenti con il nome di "Torre della Rosa". L'oratorio, sopravvissuto alle distruzioni del 1509-10, conserva all'interno un pregevole ciclo di affreschi, riferibili a due diversi periodi. Il "Giudizio Universale", con la "Dormitio Virginis" e la "Deposizione di Cristo", rappresentati rispettivamente sull'arcone trionfale e sulle pareti dell'abside quadrangolare, sono opera di un pittore quattrocentesco di gusto nordico, non identificato. La raffigurazione della SS. Trinità, che si staglia su un prezioso trono gotico sulla parete orientale della chiesa, con l'"Annunciazione" E I "SS. Vittore e Corona" ai lati, è stata attribuita al "Maestro dei Battuti di Serravalle", che affrescò l'omonimo oratorio intorno al 1430. Sulla parete esterna dell'abside era affrescata una grandiosa rappresentazione della Trinità, ora quasi completamente scomparsa.

Palazzo Zasio

La proprietà più antica del palazzetto in questione non è nota, come accade per molti altri edifici della città. Non è stato possibile identificare lo stemma affrescato in facciata, che si presenta in uno stato di conservazione piuttosto critico. L'edificio è noto ai feltrini come palazzo Zucco, dal nome della famiglia che ne era proprietaria in tempi recenti. In questa sede, tuttavia, si è preferito optare per il nome Zasio, in quanto a tale famiglia sicuramente apparteneva nell'Ottocento, e forse anche prima, come si apprende dalle cronache locali. L'edificio è stato acquistato dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici e Ambientali del Veneto, che ne ha curato il restauro. Come si può notare dai ricchi affreschi, purtroppo deteriorati, che decorano la facciata, e da quelli, altrettanto interessanti, che abbelliscono gli interni, il palazzo in questione costituisce un tipico esempio di dimora signorile cinquecentesca feltrina. La decorazione parietale, che si svolge in facciata su due registri, raffigura in basso una "Madonna in trono con il Bambino", quasi illeggibile, e, in alto, un santo a cavallo di un destriero bianco impennato, identificato con S. Giorgio. Le due scene sono alternate a raffinate fasce decorative con motivi bianchi su fondo blu. L'autore degli affreschi, di cui non conosciamo l'identità, dimostra una notevole perizia e un'indiscutibile cultura; l'intervento si può collocare cronologicamente nei primi decenni del Cinquecento.



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